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Come penso l’orientamento

Per molto tempo abbiamo pensato all’orientamento come al momento nel quale aiutare una persona a scegliere.

Una scuola. Un percorso di studi. Un lavoro. Una professione.

È comprensibile. Ci sono passaggi della vita nei quali una decisione deve essere presa e avere qualcuno che ci aiuti a comprenderla può fare una grande differenza.

Negli anni, però, ho cominciato a interessarmi sempre di più a ciò che accade prima della scelta.

Per scegliere una possibilità occorre prima riuscire a vederla.

Occorre poterla immaginare dentro la propria vita, sentirla abbastanza vicina da poterla esplorare, incontrare persone e ambienti che permettano di conoscerla, fare esperienze attraverso cui capire che cosa accade quando proviamo ad abitarla.

E servono condizioni che consentano a quella possibilità di diventare progressivamente praticabile.

È qui che, per me, comincia davvero l’orientamento.

Prima ancora di aiutare qualcuno a scegliere tra possibilità già visibili, dovremmo chiederci come si amplia il suo campo delle possibilità.

Questa domanda ha cambiato progressivamente il mio modo di pensare l’orientamento.

Prima della scelta

Immaginiamo due ragazzi della stessa età, con capacità scolastiche simili.

Uno cresce in un ambiente nel quale incontra professioni diverse, ascolta racconti di vite differenti, conosce adulti capaci di incoraggiarlo, dispone di informazioni e tecnologie, può sperimentare e ha occasioni per scoprire mondi lontani da quello nel quale è cresciuto.

L’altro attraversa gli stessi anni dentro un orizzonte molto più ristretto.

Arriveranno entrambi al momento della scelta.

Eppure ciò che ciascuno riuscirà a immaginare come possibile per sé potrebbe essere profondamente diverso.

La ricerca internazionale ci mostra quanto le aspettative educative e professionali degli adolescenti continuino a essere associate alle condizioni sociali nelle quali crescono, anche quando prendiamo in considerazione il loro rendimento scolastico (OECD, 2025).

Questo significa che una possibilità può esistere nel mondo e rimanere invisibile per una persona.

Può essere conosciuta e apparire irraggiungibile.

Può diventare pensabile dopo un incontro, un’esperienza, una relazione, una conoscenza che modifica il modo in cui quella persona guarda sé stessa e ciò che potrebbe diventare.

È precisamente questo scarto che mi interessa comprendere.

Perché forse una delle domande più importanti dell’orientamento arriva prima di che cosa sceglierai?

È questa:

che cosa riesci a vedere come possibile per te?

Il campo delle possibilità

Chiamo campo delle possibilità l’orizzonte, sempre dinamico, entro il quale una persona riesce a riconoscere direzioni che potrebbe esplorare e, progressivamente, rendere proprie.

Quel campo prende forma attraverso molte dimensioni.

Ci sono capacità, conoscenze, desideri, valori, esperienze e immagini di sé. Ci sono famiglie, amici, insegnanti, organizzazioni e territori. Ci sono opportunità realmente disponibili, risorse economiche, vincoli, informazioni e reti sociali. Ci sono tecnologie che rendono esplorabili nuovi mondi. E c’è il tempo, perché ciò che oggi appare lontanissimo può diventare pensabile dopo un’esperienza capace di cambiare il nostro sguardo.

La possibilità, in questa prospettiva, possiede una natura profondamente relazionale.

Prende forma nell’incontro tra persona e mondo.

Sto cercando di sviluppare questa idea mettendo in dialogo tradizioni teoriche nate in ambiti differenti.

L’approccio delle capability di Amartya Sen mi aiuta a distinguere ciò che formalmente esiste dalle libertà effettive di cui una persona dispone. La teoria sociale cognitiva di Albert Bandura mostra quanto il nostro agire dipenda anche da ciò che crediamo di essere capaci di fare e dall’interazione continua tra persona, comportamento e ambiente. La Social Cognitive Career Theory di Robert Lent, Steven Brown e Gail Hackett porta questi meccanismi dentro lo sviluppo educativo e professionale. La Career Construction Theory di Mark Savickas permette di guardare alla carriera come a un processo attraverso cui costruiamo significato e continuità biografica. La prospettiva ecologica di James Gibson offre un’altra intuizione preziosa: un ambiente contiene possibilità d’azione che acquistano significato nella relazione con chi lo incontra.

Sono teorie diverse.

La loro connessione dentro una teoria del campo delle possibilità è una mia ipotesi di lavoro.

Ed è proprio questa distanza tra ciò che sappiamo già e ciò che stiamo ancora cercando di capire a rendere, per me, interessante la ricerca.

La persona nel suo mondo

Pensare l’orientamento in questo modo cambia anche ciò che osserviamo.

Siamo abituati a descrivere una persona attraverso ciò che possiede: conoscenze, competenze, attitudini, interessi, aspirazioni.

Sono dimensioni importanti.

Eppure la stessa persona, con quelle stesse caratteristiche, può produrre risultati molto differenti a seconda degli ambienti che incontra, delle relazioni che costruisce, degli strumenti che può utilizzare, delle opportunità alle quali riesce ad accedere e delle esperienze che le vengono offerte.

Può apparire fragile in un ambiente e sorprendentemente capace in un altro.

Anche una competenza prende valore dentro una relazione. Incontra un problema, un’organizzazione, una tecnologia, una domanda sociale e, in quell’incontro, diventa capacità di agire.

Per questo il mio sguardo sull’orientamento è diventato progressivamente sistemico.

La Systems Theory Framework of Career Development di Wendy Patton e Mary McMahon offre una base importante per pensare lo sviluppo professionale come risultato dell’interazione dinamica tra sistemi individuali, sociali e ambientali.

È questo intreccio che mi interessa.

Tra persone e opportunità.

Tra aspirazioni e condizioni di accesso.

Tra competenze e organizzazioni.

Tra territori e infrastrutture.

Tra esperienza e apprendimento.

Tra ciò che una persona pensa di essere e ciò che potrebbe ancora diventare.

Un sistema di orientamento dovrebbe allora fare qualcosa di più che rendere disponibili informazioni.

Dovrebbe moltiplicare gli incontri attraverso cui nuove possibilità possono diventare visibili.

L’esperienza viene prima di molte risposte

C’è una domanda che rivolgiamo continuamente ai ragazzi.

Che cosa vuoi fare da grande?

Mi è sempre piaciuta, quando apre una conversazione.

Diventa molto più difficile quando chiediamo a quella domanda di produrre troppo presto una risposta.

Come può un ragazzo desiderare consapevolmente qualcosa che ignora persino che esista?

Come può sapere chi potrebbe diventare avendo incontrato ancora una parte così piccola del mondo?

È per questo che attribuisco un valore centrale all’esperienza.

Visitare un luogo di lavoro. Incontrare qualcuno che svolge una professione mai considerata. Costruire qualcosa. Affrontare un problema reale. Partecipare a un laboratorio. Provare un’attività. Raccontare ciò che si è vissuto. Scoprire di riuscire in qualcosa che sembrava difficile.

Ogni esperienza può lasciare una traccia.

Bandura ha mostrato quanto le esperienze di padronanza possano contribuire alla costruzione delle convinzioni di autoefficacia. Lent, Brown e Hackett hanno descritto le relazioni tra esperienze di apprendimento, autoefficacia, aspettative di risultato, interessi e scelte. Savickas ha posto al centro dello sviluppo di carriera il modo in cui costruiamo significato e adattiamo la nostra storia alle transizioni che incontriamo. Deci e Ryan hanno mostrato quanto autonomia, competenza e qualità delle relazioni incidano sulla motivazione.

Da prospettive differenti emerge una considerazione che trovo fondamentale.

Scopriamo una parte di ciò che possiamo diventare mentre facciamo esperienza del mondo.

L’orientamento dovrebbe creare molte più occasioni perché questo incontro possa accadere.

Immaginare ciò che ancora non c’è

L’esperienza, da sola, racconta però soltanto una parte della storia.

Per muoverci verso qualcosa che ancora deve accadere dobbiamo riuscire, in qualche modo, a rappresentarcelo.

Qui entra in gioco l’immaginazione.

La ricerca sui possible selves e sull’orientamento al futuro ci mostra che le rappresentazioni di ciò che potremmo diventare partecipano ai processi attraverso cui interpretiamo il presente e orientiamo l’azione.

Mi interessa spingere questa intuizione un poco più avanti.

Forse l’immaginazione è anche uno dei meccanismi attraverso cui si modifica il campo delle possibilità.

Immaginare significa formulare ipotesi.

Potrei essere capace di questo.

Potrei trovarmi bene lì.

Potrei imparare quella cosa.

Potrei diventare diverso da come oggi mi descrivo.

L’immaginazione consente così di esplorare provvisoriamente mondi che ancora conosciamo poco.

È un’ipotesi che voglio approfondire, perché porta verso una concezione dell’orientamento nella quale diventano centrali tre movimenti strettamente intrecciati:

esplorare il mondo, immaginare possibilità, costruire le condizioni per renderne alcune praticabili.

Il futuro smette allora di essere soltanto il luogo nel quale dovremo arrivare.

Diventa qualcosa con cui possiamo cominciare a lavorare già nel presente.

Costruire i futuri

È anche per questo che preferisco parlare di futuri, al plurale.

Il singolare porta facilmente con sé l’immagine di un futuro che ci attende da qualche parte e che dovremmo riuscire a prevedere abbastanza bene.

La vita contemporanea suggerisce un’altra immagine.

Attraverseremo molte transizioni. Cambieremo attività, ambienti, strumenti, organizzazioni. Alcune professioni si trasformeranno. Ne nasceranno altre. E potremo ritrovarci più volte nella condizione di principianti.

Lo sviluppo di carriera accompagna ormai l’intero corso della vita.

Da questa constatazione traggo una conseguenza che considero centrale: accanto alla capacità di scegliere acquista valore la capacità di continuare a generare e costruire possibilità nel tempo.

È da questa idea che nasce il lavoro che ho chiamato Costruire i futuri.

L’obiettivo è accompagnare gli adolescenti affinché imparino progressivamente a esplorare, immaginare, sperimentare, attribuire significato alle esperienze e trasformare alcune possibilità in direzioni da mettere alla prova.

L’orientamento assume così una funzione profondamente educativa.

Ci prepara alle scelte che conosciamo e, nello stesso tempo, sviluppa risorse per affrontare quelle che oggi ancora ignoriamo.

Quando l’intelligenza artificiale entra nel campo delle possibilità

L’intelligenza artificiale rende questa ricerca ancora più urgente.

Disponiamo ormai di tecnologie capaci di produrre in pochi secondi informazioni, ipotesi, testi, immagini, simulazioni e scenari.

Per l’orientamento significa avere davanti uno spazio esplorabile enormemente più grande.

Un adolescente può utilizzare queste tecnologie per interrogare professioni, confrontare percorsi, formulare ipotesi, preparare domande, simulare scenari e scoprire connessioni che difficilmente avrebbe incontrato nello stesso tempo attraverso gli strumenti tradizionali.

Queste sono possibilità tecnologiche.

La questione scientificamente più interessante comincia subito dopo.

Aumentare il numero delle alternative generate da una macchina e ampliare il campo delle possibilità di una persona sono due fenomeni diversi.

Una macchina può mostrarci cento futuri.

Rimane profondamente umano il problema di comprendere quali abbiano significato, quali meritino di essere esplorati, quali risuonino con ciò che stiamo diventando, quali richiedano capacità ancora da costruire e quali possano trasformarsi in possibilità effettivamente praticabili.

La ricerca sugli effetti della GenAI nei processi di orientamento è ancora giovane. Per questo preferisco considerare molte delle sue promesse come domande empiriche aperte.

Mi interessa soprattutto capire a quali condizioni l’intelligenza artificiale possa ampliare l’esplorazione senza impoverire l’esperienza attraverso cui impariamo a conoscere noi stessi e il mondo.

È una domanda destinata, credo, a diventare sempre più importante.

Dalla previsione alla generazione

Per decenni una parte dell’orientamento ha cercato di rispondere a una domanda comprensibile:

quale percorso è più adatto a questa persona?

È una domanda che conserva valore.

Oggi sento il bisogno di affiancarle un’altra domanda:

quali condizioni possiamo creare perché questa persona scopra possibilità che oggi ancora fatica a vedere?

Lo spostamento sembra piccolo.

Le conseguenze sono profonde.

L’orientatore diventa anche un costruttore di condizioni di esplorazione.

La scuola può diventare un luogo nel quale incontrare mondi possibili.

Il territorio entra nell’infrastruttura orientativa.

Imprese, università, ITS, servizi per il lavoro, associazioni, famiglie e comunità diventano nodi di un ecosistema.

L’esperienza produce conoscenza.

La tecnologia amplia lo spazio esplorabile.

E la persona rimane il luogo nel quale quelle possibilità acquistano significato.

In questa prospettiva, orientare significa anche lavorare sulle condizioni che rendono possibile il possibile.

Che cosa significa, per me, avere un approccio scientifico

C’è un ultimo punto al quale tengo particolarmente.

Tutte queste idee acquistano valore soltanto se accettiamo di metterle alla prova.

Per me avere un approccio scientifico significa anzitutto questo.

Distinguere ciò che le evidenze sostengono con una certa solidità da ciò che deriva dalla convergenza tra teorie; distinguere ciò che osserviamo nelle pratiche dalle interpretazioni che ne ricaviamo; riconoscere le ipotesi che attendono ancora verifica.

Significa anche cercare ciò che contraddice le idee alle quali siamo più affezionati.

Una teoria utile dovrebbe aiutarci a vedere qualcosa che prima vedevamo meno bene. E dovrebbe rimanere abbastanza aperta da cambiare quando la realtà le oppone resistenza.

È per questo che provo a far dialogare discipline che spesso osservano separatamente fenomeni che nella vita arrivano insieme.

Psicologia, pedagogia, sociologia, economia del lavoro, scienze cognitive, teoria delle organizzazioni, futures studies, intelligenza artificiale e scienze della complessità guardano parti differenti dello stesso paesaggio.

Il pensiero sistemico mi ha insegnato a cercare soprattutto ciò che accade tra quelle parti.

È spesso lì, nelle relazioni, che emergono le domande più interessanti.

Una teoria ancora da costruire

Da alcuni anni sto cercando di dare una forma più rigorosa a queste domande attraverso una ricerca sulla generazione e sul governo delle possibilità.

Una parte delle fondamenta esiste già.

Il capability approach, la teoria sociale cognitiva, la Social Cognitive Career Theory, la Career Construction Theory, la Self-Determination Theory, la psicologia ecologica e gli approcci sistemici allo sviluppo di carriera offrono conoscenze preziose.

La loro integrazione attraverso concetti come campo delle possibilità, generazione delle possibilità e possibilità effettiva appartiene invece a un’ipotesi teorica che sto costruendo.

Questa distinzione per me è essenziale.

Una teoria nasce davvero quando riesce a formulare proposizioni proprie, quando permette di osservare fenomeni che altrimenti resterebbero meno visibili e, soprattutto, quando accetta il rischio di essere smentita dai dati.

Per questo una delle domande che sto esplorando riguarda persino il modo in cui valutiamo l’orientamento.

Siamo abituati a chiederci se una persona abbia scelto, se disponga di informazioni migliori, se sia diventata più sicura, più consapevole o più capace di prendere decisioni.

Vorrei aggiungere un’altra domanda.

Dopo un’esperienza di orientamento, quella persona riesce a vedere, esplorare e rendere praticabili possibilità che prima rimanevano fuori dal suo orizzonte?

Se questa ipotesi reggerà alla verifica empirica, l’ampliamento del campo delle possibilità potrebbe diventare uno dei criteri attraverso cui osservare la qualità di un intervento di orientamento.

Per ora è una domanda di ricerca.

Ed è precisamente per questo che mi interessa.

Perché, alla fine, dietro tutto il lavoro sull’orientamento che sto portando avanti, continua a tornare una domanda molto semplice.

Che cosa possiamo fare perché una persona, incontrando il mondo, trovi davanti a sé più possibilità di quante riuscisse a vederne prima?

Forse l’orientamento del futuro comincia proprio da qui.

Dalla capacità di accompagnare le persone mentre imparano a costruire futuri che oggi riescono appena a intravedere.

E dalla possibilità, durante tutta la vita, di continuare a diventare.

Angelo Irano


Riferimenti essenziali

Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. W. H. Freeman.

Deci, E. L., & Ryan, R. M. (2000). The “what” and “why” of goal pursuits: Human needs and the self-determination of behavior. Psychological Inquiry, 11(4), 227–268.

Gibson, J. J. (1979). The ecological approach to visual perception. Houghton Mifflin.

Lent, R. W., Brown, S. D., & Hackett, G. (1994). Toward a unifying social cognitive theory of career and academic interest, choice, and performance. Journal of Vocational Behavior, 45(1), 79–122.

OECD. (2024). Teenage career uncertainty: Why it matters and how to reduce it? OECD Publishing.

OECD. (2025). The state of global teenage career preparation. OECD Publishing.

Patton, W., & McMahon, M. (2014). Career development and systems theory: Connecting theory and practice (3rd ed.). Sense Publishers.

Savickas, M. L. (2013). Career construction theory and practice. In R. W. Lent & S. D. Brown (Eds.), Career development and counseling: Putting theory and research to work (2nd ed., pp. 147–183). Wiley.

Sen, A. (1999). Development as freedom. Oxford University Press.

UNESCO. (2023). Guidance for generative AI in education and research. UNESCO.